Assistiamo in questi giorni ad una "escalation da psicodramma" - come qualcuno l'ha definita - sulla questione rom.
In realtà vi è una situazione di disagio più profonda, oltre le baraccopoli, che permea la nostra società profondamente contraddittoria, globalizzata e paurosa del domani. Milano è la città dei manager che guadagnano 300 volte un operaio ma anche la città di operai, precari, laureati sottopagati e pensionati che faticano ad arrivare a fine mese. La città delle compravendite immobiliari a 20 mila euro al metro quadrato, e dei 100.000 alloggi sociali che mancano all'appello. La metropoli che non saprebbe più funzionare senza i lavoratori immigrati (anche clandestini, come tante badanti irregolari, vittime della legge Bossi-Fini) e dei clandestini dediti allo spaccio e alla prostituzione che non saprebbero che farsi del permesso di soggiorno.
In questo panorama, i rom sono i "diversi" tra i diversi (gli immigrati), che faticano più di altri nei processi di integrazione, che sono guardati con maggiore diffidenza, su cui si scatenano le tensioni sociali accumulate.
La verità è che i problemi di Milano non si risolveranno con gli slogan. Come non si sono risolti tollerando le situazioni di degrado e di illegalità.
Assicurare la legalità fermando chi delinque, garantendo la certezza della pena (per una vero recupero umano) sono doveri dello Stato. E quando la giustizia è vera, equa ed esercitata, non c'è bisogno, anzi si sente meglio il ripudio, per i "giustizieri" con sete di vendetta, o pataccari e caserecci o addirittura razzisti e iniqui a cui invece diversamente si tende ad affidarsi in assenza dello Stato.
Va perseguito e punito chi sfrutta i bambini e le donne, chi non manda i figli a scuola, chi ruba o induce al furto. Senza ambiguità accettabili, diritti e doveri devono valere per tutti, italiani e stranieri, rom compresi. L'equazione tra rom e delinquenti è troppo banale e offensiva delle nostre intelligenze: le colpe individuali non possono essere addossate ad una etnia.