Per ricordare Hiroshima
Il 6 e il 9 agosto del 1945 il Giappone fu il teatro dell’utilizzo, per la prima volta nella storia dell’umanità, della bomba atomica. A Hiroshima e a Nagasaki l’esercito americano decise di sperimentare questo potentissimo ordigno per mettere definitivamente la parola fine sul Secondo conflitto mondiale, che nel Pacifico proseguiva nonostante la resa, il 7 maggio dello stesso anno, della Germania nazista.
Sulle motivazioni politico-militari che portarono alla decisione di impiegare gli ordigni nucleari (“Little boy”
e “Fat man” come vennero chiamate le bombe) il dibattito è ancora aperto, ma l’attacco è costato la vita a oltre 300mila persone colpiti direttamente dalle esplosioni e in seguito per gli effetti del fallout nucleare. Un fatto che ha scatenato un dibattito intenso sull’impiego di queste nuovi armi, ma che non ne ha impedito il moltiplicarsi dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Soltanto dopo la fine della contrapposizione tra USA e URSS si è giunti alla firma di un trattato contro la proliferazione di questo tipo di armamenti, ma il pericolo o la minaccia atomica sono sempre dietro l’angolo. Una minaccia che non viene soltanto dall’utilizzo militare di questo tipo di tecnologia, ma anche dal suo impiego civile, nelle famosissime centrali.
Il dibattito in Italia rispetto al riutilizzo e la costruzione di impianti di questo genere si è nuovamente aperto e ha preso sempre più consistenza anche in ragione dell’aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi. Ma il nucleare rappresenta veramente la soluzione? Ci sono correnti di pensiero che sostengono sia questa al via da percorrere se vogliamo uscire dalla dipendenza del petrolio, ma proprio qui sta la prima falla di questo pensiero. L’Italia non è un paese produttore di uranio e eliminata la dipendenza dai combustibili fossili, rischiamo di cadere in un nuovo tipo di subordinazione: quella da uranio appunto.
Secondo elemento che viene portato a sostegno della tesi “nuclearista” è che questi impianti non producono emissioni di CO2. Vero, ma il processo di costruzione di queste centrali, molto lungo nel tempo visto che siamo nell’ordine dei 10/15 anni, comporta emissioni inquinanti. Inoltre l’impiego di questo carburante produce scorie altamente tossiche il cui smaltimento comporta costi altissimi. Basti pensare che a oggi nessuno nel mondo è riuscito a trovare un sito di stoccaggio definitivo e soprattutto sicuro per questo tipo di rifiuti. Inoltre per giungere a un effettivo abbattimento di CO2, occorrerebbe costruire un elevato numero di centrali, che
farebbe inevitabilmente aumentare i rischi per la sicurezza. E’ notizia di questi giorni del ripetersi di incidenti in impianti a combustibile nucleare in Europa e proprio l’Italia decise, con un referendum, di non impiegare più questo tipo di energia dopo la catastrofe di Chernobyl del 1986.
Insomma le ragioni per non proseguire su questa strada sono molte e non da ultimo vi è anche il fatto che attualmente si può provvedere al fabbisogno energetico impiegando le fonti rinnovabili, come solare, geotermico, biomasse, idroelettrico, moto ondoso, maremotrice ed eolica. Noi Verdi da tempo insistiamo perché anche in Italia si decida di investire in maniera decisa in questa direzione, proprio perché il loro impatto ambientale è contenuto, se non nullo, non danneggiano l’atmosfera e la produzione può avvenire anche attraverso microimpianti “casalinghi”.
Nel nostro Paese attualmente la produzione con fonti rinnovabili è attestata al 15,7% sul totale della produzione elettrica (fonte Gestore servizi elettrici), siamo ancora lontani quindi dall’obiettivo del 22% fissato dalla Unione Europea per il 2010. Occorre quindi una decisa inversione di tendenza, anche perché questo rappresenta sicuramente un potente incentivo per la crescita e lo sviluppo, sostenibile, dell’Italia.