Assistiamo in questi giorni ad una "escalation da psicodramma" - come qualcuno l'ha definita - sulla questione rom.
In realtà vi è una situazione di disagio più profonda, oltre le baraccopoli, che permea la nostra società profondamente contraddittoria, globalizzata e paurosa del domani. Milano è la città dei manager che guadagnano 300 volte un operaio ma anche la città di operai, precari, laureati sottopagati e pensionati che faticano ad arrivare a fine mese. La città delle compravendite immobiliari a 20 mila euro al metro quadrato, e dei 100.000 alloggi sociali che mancano all'appello. La metropoli che non saprebbe più funzionare senza i lavoratori immigrati (anche clandestini, come tante badanti irregolari, vittime della legge Bossi-Fini) e dei clandestini dediti allo spaccio e alla prostituzione che non saprebbero che farsi del permesso di soggiorno.
In questo panorama, i rom sono i "diversi" tra i diversi (gli immigrati), che faticano più di altri nei processi di integrazione, che sono guardati con maggiore diffidenza, su cui si scatenano le tensioni sociali accumulate.
La verità è che i problemi di Milano non si risolveranno con gli slogan. Come non si sono risolti tollerando le situazioni di degrado e di illegalità.
Assicurare la legalità fermando chi delinque, garantendo la certezza della pena (per una vero recupero umano) sono doveri dello Stato. E quando la giustizia è vera, equa ed esercitata, non c'è bisogno, anzi si sente meglio il ripudio, per i "giustizieri" con sete di vendetta, o pataccari e caserecci o addirittura razzisti e iniqui a cui invece diversamente si tende ad affidarsi in assenza dello Stato.
Va perseguito e punito chi sfrutta i bambini e le donne, chi non manda i figli a scuola, chi ruba o induce al furto. Senza ambiguità accettabili, diritti e doveri devono valere per tutti, italiani e stranieri, rom compresi. L'equazione tra rom e delinquenti è troppo banale e offensiva delle nostre intelligenze: le colpe individuali non possono essere addossate ad una etnia.
PER IL TIBET
Riporto di seguito l'Ordine del giorno approvato dal Consiglio provinciale di Milano il 20 Marzo 2008. Primo firmatario Andrea Gaiardelli.
PREMESSO CHE
La protesta pacifica e spontanea di questi giorni dei monaci buddisti, contro l’occupazione cinese del Tibet, è purtroppo degenerata in violenti scontri con numerosi morti nelle strade e negli ospedali della capitale tibetana Lhasa e in varie altre parti del paese, poiché la Repubblica Popolare Cinese (che ha occupato il Tibet dal 1950) ha risposto alla protesta con arresti di massa, aprendo il fuoco sui manifestanti e mettendo sotto assedio i monasteri.Emigrazione e immigrazione
La storia dell’Italia è fatta anche di milioni di emigranti che, a partire dal 1861 anno della proclamazione del Regno d’Italia, hanno lasciato il nostro Paese in cerca di fortuna e di lavoro. Le partenze di nostri italiani verso le nazioni più ricche sono state così numerose da farne un fenomeno di proporzioni epocali, tanto da definirlo come il più grande esodo migratorio della storia.
"Abbiamo all'incirca in questa città trentamila italiani, quasi tutti provenienti dalle vecchie province napoletane, dove, fino a poco tempo fa, il brigantaggio era l'industria nazionale. Non è strano che questi briganti portino con sé un attaccamento per le loro attività originarie" era scritto sul "New York Times" il 1° gennaio 1894, un po’ quello che si legge oggi sui nostri giornali rispetto ai Rumeni, agli Albanesi, ai Rom o ad altri stranieri che hanno cominciato ora ad arrivare nel nostro Paese.
Da qualche anno infatti l’Italia ha mutato la sua condizione di Paese di emigrazione a quello di immigrazione e flussi di persone in cerca di lavoro e fortuna arrivano con i mezzi più disparati. Questa marea di diseredati, un flusso originato dalla necessità di trovare mezzi di sostentamento più adeguati è spesso preda di cinici profittatori - un esempio sono le inchieste del giornalista Fabrizio Gatti tra i raccoglitori di pomodori - e qualche volta ha la faccia brutta del delinquente che non esita a commettere violenza nei confronti degli italiani o di altri stranieri.
Aldilà delle retoriche è importante, in questo momento, non lasciarsi trasportare dalla “pancia”, ma ragionare razionalmente e seriamente rispetto un fenomeno che ha assunto in Italia dimensioni crescenti. Il rispetto delle regole, da quelle del codice della strada ai regolamenti condominiali, dal
pagamento delle tasse alla tutela della dignità umana, è un concetto che deve valere per tutti essendo alla base di ogni forma di convivenza civile e di società. L’osservanza delle norme e i comportamenti civili, però non si ottengono soltanto attraverso la repressione o con misure “d’emergenza”. La convivenza tra i popoli e tra i cittadini è frutto di un processo di educazione, che passa sì anche attraverso la repressione di comportamenti devianti, ma è anche il risultato di politiche di contrasto a tutte le difficoltà e di iniquità.
Consentire il degrado, come le baraccopoli, ma anche l’incuria nelle stazioni, nei parchi o delle periferie è indegno di un Paese che si dice civile. La sicurezza la si garantisce anche modificando il contesto di vita di molte periferie, troppo spesso, abbandonate a sé stesse, colpendo le forme di sfruttamento e offrendo reali possibilità d’inclusione.
Stiamo assistendo, in questi giorni, a una campagna mediatica irresponsabile perché in molti hanno individuato in romeni e rom il nuovo “uomo nero” e tutto ciò non fa che soffiare sul fuoco della xenofobia. Occorre riportare il dibattito all’interno dei giusti canali e delle giuste proporzioni, per contrastare ogni fenomeno d’intolleranza. “O’ mariuolo non tiene nazionalità”, dice Eduardo de Filippo nel suo “Napoli milionaria”, ed è proprio questa saggia considerazione a invitare una più seria e serena riflessione.